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Biagio Franchetti: Il Poeta della Luce che Trasforma l’Acqua in Emozione

Un’intervista esclusiva di Luigi Calsolaro

“Non si fotografa la luce. La si ascolta, la si sente, e poi la si dipinge. Quando diventa acqua, non è più tecnica: è anima.”

In un’epoca in cui l’immagine digitale viene consumata in un istante e dimenticata nell’attimo successivo, esiste ancora chi trasforma la fotografia in un atto di profonda poesia. Biagio Franchetti, fotografo professionista con due studi a Taviano e Galatone, è uno di questi artisti rari. Figlio d’arte, cresciuto tra l’odore dello sviluppo in bianco e nero e la magia della camera oscura, ha fatto della tecnica del light painting la sua cifra stilistica più autentica e commovente.

L’ho incontrato nel suo studio, avvolto da un silenzio quasi sacro, in un pomeriggio di fine primavera. Mentre la luce del Salento filtrava dolcemente dalle finestre, ho avuto il privilegio di entrare nel suo mondo: un universo dove la luce non è solo uno strumento, ma una compagna di viaggio, una musa da ascoltare, un’emozione da modellare.

Luigi Calsolaro: Biagio, lei è un “figlio d’arte”. Cosa significa veramente questa parola, così pesante e così leggera allo stesso tempo?

Biagio Franchetti: (sorride, lo sguardo si perde per un momento) Significa che la fotografia l’ho respirata prima ancora di imparare a camminare. Mio padre era un fotografo, e io sono cresciuto accanto a lui, nella penombra della camera oscura, a guardare le immagini emergere lentamente dal nulla, come per magia. Era un rito, quasi una cerimonia. Da lui ho imparato che la fotografia non è un clic, ma un tempo sospeso, un’attesa. Ho ereditato non solo le sue tecniche di stampa, ma soprattutto la sua filosofia: il rispetto profondo per il mestiere, la consapevolezza che ogni immagine è una storia che nasce dallo sguardo e dal cuore. Oggi i miei studi sono a Taviano e Galatone, ma la mia vera casa è rimasta lì, in quella luce soffusa in cui ho imparato a vedere. Ogni volta che entro in uno studio, sento ancora il profumo della carta fotografica e della chimica, e so che quella è la mia dimensione.

Luigi Calsolaro: Lei è universalmente riconosciuto per la sua maestria nel light painting. Come è nato questo amore così viscerale per la luce?

Franchetti: (pausa, gli occhi si illuminano)  È nato da una ribellione, quasi. O forse da una nostalgia. Volevo raccontare la mia foto, ma senza usare il computer. Volevo che l’immagine nascesse intera al momento dello scatto, come accadeva una volta, quando la fotografia era ancora un atto di creazione fisica, non di post-produzione. In un’epoca in cui tutto è modificabile con un click, io sentivo il bisogno di sporcarmi le mani, di tornare alla magia della luce vera. La fotografia sperimentale è diventata il mio terreno di gioco, e il light painting, per me, è la forma più alta di questa ricerca. È un ritorno alle origini, alla purezza. Non è una tecnica, è una filosofia: la luce non si aggiusta dopo, si crea prima, con il corpo, con il movimento, con l’anima. È come suonare uno strumento: si può leggere la musica, ma la vera magia sta nel sentire le note prima ancora di toccare lo strumento.

Calsolaro: Nel suo lavoro si parla di “trasformare la luce in acqua”. È una metafora, ma guardando le sue opere sembra davvero che l’acqua scorra, che sia viva, quasi materica. Come riesce a ottenere questo effetto così poetico e al tempo stesso così sorprendente? Franchetti: (si alza, prende una delle sue fotografie appese al muro, la osserva con tenerezza, quasi accarezzandola con lo sguardo) Non è solo una metafora, è una sensazione che cerco di restituire a chi guarda. Il mio progetto più importante si intitola “Dipingere con la luce”, e l’obiettivo è proprio quello di rendere la luce fluida, liquida, quasi palpabile. Per farlo, utilizzo esposizioni molto lunghe, a volte di diversi minuti, e muovo le fonti luminose con un ritmo che non è meccanico, ma quasi musicale, come un direttore d’orchestra che guida i suoi strumenti. La luce diventa un pennello, e io con quel pennello disegno nell’aria, creando volumi e sensazioni che l’occhio umano non può vedere in tempo reale. Ma c’è di più: c’è l’emozione del momento, il respiro, il silenzio, il battito del cuore. Ogni fotografia è il frutto di una danza tra me, la luce e il buio. È un atto di presenza totale, quasi meditativo. La luce diventa acqua perché io la sento scorrere dentro di me, e chi guarda la foto deve sentire quella stessa carezza,quella stessa dolcezza

Calsolaro: Tecnicamente, cos’è il light painting per un professionista che ha iniziato con la pellicola e lo sviluppo manuale? Come si concilia la precisione tecnica con la libertà creativa?

Franchetti: (con gli occhi che brillano di passione) È la fotografia a lunga esposizione portata alla sua massima espressione creativa. Si lavora in una condizione di buio profondo, spesso la sera o la notte, quando il mondo tace e tutto è possibile. La fotocamera è bloccata su un treppiede, perché deve essere immobile, come un testimone silenzioso, come un occhio che osserva senza giudicare. Poi si imposta un tempo di posa che può durare da qualche secondo fino a diversi minuti, a seconda della complessità di ciò che si vuole raccontare. E poi si inizia a “pennellare” il soggetto con torce, led, fibre ottiche, qualsiasi fonte di luce possa diventare strumento di creazione. L’importante è che il movimento sia fluido, controllato, quasi coreografico, come una danza improvvisata ma studiata nei minimi dettagli. La luce è cumulativa: più a lungo si illumina una zona, più questa apparirà chiara nell’immagine finale. È come se si costruisse il volume scatto dopo scatto, pennellata dopo pennellata, senza la possibilità di cancellare. È un atto di fiducia totale nel momento, nella propria intuizione, nella propria sensibilità.

Calsolaro: Nell’era dell’intelligenza artificiale e del fotoritocco, dell’immagine generata e rigenerata all’infinito, qual è il valore di una fotografia “dipinta” a mano con la luce? Cosa rimane di autentico in un mondo di simulazioni?

Franchetti: (con voce ferma, ma piena di passione e di una leggera commozione) È il valore dell’unicità, dell’autenticità, della fragilità umana. Una mia foto non è il risultato di un algoritmo, ma di un gesto, di un’improvvisazione studiata, di un’emozione che si è fatta carne. È come la differenza tra una stampa di una tela e un dipinto originale, toccato dal pennello dell’artista, dove si vedono ancora le tracce del suo passaggio. Ogni mia opera è irripetibile, perché il movimento della luce, l’angolazione, l’intensità, il mio respiro in quel preciso momento sono unici, irripetibili come un fiocco di neve. La fotografia deve essere un’esperienza immersiva, e questa esperienza la vivo io per primo mentre creo, nel silenzio e nell’attesa, nel buio che si fa spazio per la luce. Non c’è “ctrl+Z” nella vita, e non c’è nemmeno nella mia fotografia. Questa è la sua bellezza, e la sua verità. È questa la lezione che ho imparato da mio padre e che cerco di tramandare: la fotografia è un atto di coraggio, perché ogni scatto è un impegno, una promessa che si fa al momento.

Calsolaro: Qual è l’attrezzatura fondamentale per un fotografo che si avvicina a questa tecnica? Cosa consiglierebbe a un principiante che vuole cimentarsi in questa arte?

Franchetti: (si appassiona, gesticola con le mani come se stesse già disegnando nell’aria) Oltre a una macchina fotografica che permetta di impostare la posa manualmente, il treppiede è assolutamente fondamentale. Deve essere stabile, solido come una roccia, per evitare qualsiasi vibrazione durante l’esposizione, perché il minimo movimento può compromettere ore di lavoro. Poi servono le fonti di luce: torce di diversa potenza, pennelli a fibra ottica, gelatine colorate per cambiare tonalità, quasi come si farebbe con i filtri in camera oscura, per dare all’immagine diverse sfumature emotive. Ma l’attrezzatura più importante non si compra in nessun negozio: è la pazienza. La capacità di ascoltare il silenzio. La sperimentazione. Si deve imparare a vedere nell’oscurità e a “pensare” la luce prima ancora di accenderla, a immaginare il risultato finale prima ancora di iniziare. È un’intuizione che si affina con il tempo, come l’orecchio di un musicista che impara a riconoscere le note prima ancora di suonarle. E poi, la cosa più importante: non avere paura di sbagliare. Ogni errore è un passo avanti, ogni scatto sbagliato è una lezione imparata.

Calsolaro: I suoi soggetti sono spesso paesaggi o nature morte. C’è un genere che preferisce o è il luogo a scegliere lei?

Franchetti: (con un sorriso malinconico che gli illumina il volto) Li amo entrambi, come si amano due figli diversi, con le loro peculiarità e le loro anime distinte. Nei paesaggi, come la mia amata Puglia, il light painting permette di rivelare dettagli nascosti, di dare una dimensione onirica a luoghi che si credevano di conoscere, di svelare la loro anima segreta. Si può passeggiare nella scena, illuminando un albero da un lato, un masso dall’altro, creando profondità e tridimensionalità dove prima c’era solo il buio, dove tutto era piatto e senza vita. È come svelare l’anima segreta di un luogo, come raccontare una storia che nessuno aveva mai ascoltato. Nella natura morta, invece, come nello still life ispirato a Caravaggio, il gioco è più intimo, più silenzioso, più raccolto. Si sceglie con cura la direzione della luce, si simulano i raggi di una finestra, si mette in risalto la texture di un oggetto, la sua storia, la sua antica bellezza. È un dialogo sussurrato, ma potentissimo, un rapporto quasi carnale con gli oggetti che diventano protagonisti. In entrambi i casi, non sono io a scegliere il soggetto: è il soggetto che chiama la luce, che la cerca, che la desidera.

Calsolaro: Oltre alla fotografia, lei si dedica all’insegnamento. È importante tramandare queste tecniche e questa filosofia?

Franchetti: (con un tono che si fa più intenso, quasi solenne) È fondamentale, è un dovere morale, una responsabilità che sento profondamente. La fotografia è un linguaggio, e come tutti i linguaggi va insegnato e tramandato, di generazione in generazione, come si fa con una storia antica. Attraverso i corsi e i workshop, io cerco di trasmettere non solo le nozioni tecniche, ma la passione, l’etica, la filosofia che ci sono dietro. Insegnare a “vedere” la luce, a rispettare il tempo dello scatto, a usare le mani, a sentire l’emozione prima ancora di premere il pulsante. Vedere un allievo che realizza il suo primo light painting, quando la sua faccia si illumina—e non è un gioco di parole—vedendo il risultato, è la più grande soddisfazione, la più bella ricompensa. È come assistere a una nascita, a un miracolo che si compie davanti ai tuoi occhi. È così che si tiene viva l’arte, non nei musei o nei libri di storia, ma nelle mani e negli occhi di chi la impara con il cuore, di chi la vive con passione.

Calsolaro: Uno dei suoi progetti più belli e sentiti riguarda proprio la sua terra, il Salento. Cosa rappresenta per lei questo legame così profondo?

Franchetti: (la voce si fa più calda, quasi commossa, gli occhi si inumidiscono) Il Salento non è solo una terra per me. È la mia linfa vitale, la mia ispirazione più autentica, la mia casa dell’anima. È una terra di luce, di contrasti, di un’antica poesia che si respira nell’aria, nel mare, nelle pietre. I suoi paesaggi, le sue coste, le sue tradizioni, i suoi colori sono una fonte inesauribile di emozioni. Le mie fotografie vogliono essere un tributo a questa bellezza, a una cultura vibrante e autentica che rischia di essere dimenticata. Quando fotografo il Salento, non lo documento: lo racconto come si racconta una storia d’amore, con la stessa intensità e la stessa tenerezza. Cerco di catturarne l’anima, di far emergere la poesia che si nasconde nei suoi scorci più segreti, nei suoi angoli più nascosti. È il mio modo di restituire qualcosa a questa terra che mi ha dato tutto: la luce, la vita, le radici, e la possibilità di sognare a occhi aperti.

Calsolaro: Per concludere, Biagio: qual è il segreto, se esiste, per realizzare una grande fotografia in light painting? Qual è il consiglio che darebbe a chi vuole intraprendere questo percorso?

Franchetti: (resta in silenzio per qualche secondo, poi guarda dritto negli occhi, con uno sguardo che sembra attraversare il tempo) Il segreto è non avere fretta. La fotografia light painting è l’esatto opposto della fotografia digitale istantanea, dello scatto compulsivo che consumiamo e dimentichiamo in un secondo. È l’arte di aspettare, di preparare, di muoversi con grazia. È un atto d’amore, un gesto quasi meditativo, una preghiera laica alla bellezza. La tecnica si impara, la sensibilità si affina, ma la magia viene dal cuore. Si deve amare il buio per poter dipingere con la luce. Si deve saper ascoltare il silenzio per poterlo riempire di luce. E soprattutto, si deve credere che ogni scatto può essere un’opera d’arte, perché racchiude un momento di vita che non tornerà mai più, un frammento di eternità che abbiamo il privilegio di catturare. La fotografia è trattenere il tempo, e il light painting è il modo più puro per farlo, il più autentico, il più vero. *(una pausa, poi aggiunge con un sorriso) E ricordate: la luce non si possiede, si ascolta. E quando la ascolti davvero, lei ti racconta tutto.

L’intervista si chiude con un abbraccio silenzioso e un lungo sguardo che dice più di mille parole. Biagio Franchetti, con la sua umiltà e la sua profondità, con la sua passione contagiosa e la sua arte sublime, mi ha accompagnato in un viaggio che va oltre la semplice tecnica fotografica, oltre le regole e i numeri. La sua opera è un promemoria necessario: in un mondo che corre verso il digitale e l’effimero, verso l’apparenza e la superficialità, esiste ancora il tempo per fermarsi, guardare, ascoltare, e con un pennello di luce, creare un capolavoro che parla al cuore. Le sue fotografie non sono immagini: sono finestre aperte su mondi incantati, cariche di emozioni e di quel significato profondo che solo l’arte vera sa donare. Sono preghiere laiche di luce e di bellezza, che restano impresse nell’anima molto dopo che lo sguardo si è distolto.

Franchetti ci insegna che la fotografia non è mai solo tecnica, ma è soprattutto un atto d’amore. Per la luce, per il tempo, per la vita. E forse è proprio questo, in un’epoca di immagini usa e getta, il dono più prezioso che un artista possa fare: restituirci lo stupore di guardare.

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