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Accoglienza e responsabilità, Caritas precisa: «La solidarietà ha bisogno di regole chiare e di istituzioni capaci di collaborare»

Dopo le polemiche seguite alle notizie apparse su diverse testate sull’episodio di Ruffano, la Caritas Diocesana ricostruisce i fatti e ribadisce la propria disponibilità all’accoglienza. «Da quindici anni siamo accanto a chi vive situazioni di fragilità. Chiedere procedure certe non significa sottrarsi alla solidarietà, ma esercitarla con responsabilità». Nei giorni scorsi, su diverse testate giornalistiche, è stata riportata la vicenda del cittadino bulgaro, privo di documenti, che a Ruffano non avrebbe trovato accoglienza presso la struttura della Caritas, trovando successivamente ospitalità in un bed & breakfast. Le ricostruzioni diffuse, per alcuni aspetti, necessitano di precisazioni, affinché un singolo episodio non restituisca un’immagine parziale e fuorviante di un servizio che da quindici anni rappresenta un presidio quotidiano di solidarietà per il territorio. La struttura della Caritas di Gallipoli accoglie da tempo persone in condizioni di disagio abitativo, grazie all’impegno dei volontari e al sostegno della comunità. Una storia di accoglienza concreta, fatta di disponibilità, ascolto e attenzione alle fragilità. Proprio per questo riteniamo necessario chiarire le circostanze che hanno accompagnato la vicenda. La sera in cui è stata avanzata la richiesta di ospitalità, la persona era priva di un documento di identità e risultava destinataria di due provvedimenti di espulsione o allontanamento dal territorio nazionale. Non erano pervenuti, da parte delle autorità competenti, riscontri utili a verificarne l’identità e a chiarire le condizioni e le modalità di una sua eventuale ammissione nella struttura. È importante precisare che non si è trattato di un giudizio sulla persona, né di una valutazione di pericolosità, ma della necessità di acquisire informazioni e indicazioni che i responsabili della struttura non potevano sostituire con decisioni autonome. L’accoglienza, soprattutto quando si svolge in una struttura collettiva, richiede attenzione e responsabilità: nei confronti della persona accolta, degli altri ospiti e degli operatori.Rimane, inoltre, una criticità che non può essere ignorata: l’assenza di un protocollo operativo condiviso con gli Ambiti territoriali di Casarano e Gallipoli per la gestione di situazioni analoghe. Servono procedure chiare che definiscano le modalità di identificazione, le verifiche necessarie, i passaggi amministrativi e le responsabilità dei diversi soggetti coinvolti. Non si può chiedere a una realtà di accoglienza di affrontare da sola questioni che richiedono il coordinamento delle istituzioni competenti. La Caritas esprime soddisfazione per il fatto che la persona abbia comunque trovato una sistemazione e ringrazia il gestore del bed & breakfast che si è reso disponibile. Tuttavia, rispetto a quanto riportato da diverse testate, che hanno parlato di un’ospitalità volontaria e gratuita, è doveroso precisare che, secondo informazioni acquisite per vie non ufficiali, il bed & breakfast avrebbe successivamente trasmesso regolare fattura all’Ambito Sociale di Casarano e che la persona si troverebbe attualmente proprio in quel territorio. Si tratta di circostanze che meritano un chiarimento ufficiale. Se confermate, non vi sarebbe naturalmente nulla da eccepire: sarebbe però necessario restituire ai fatti la loro corretta rappresentazione. «Il nostro auspicio è che il percorso individuato sia realmente orientato alla tutela e al benessere della persona, e non si traduca semplicemente nello spostamento di una situazione problematica da un territorio a un altro. Le persone in difficoltà non possono diventare oggetto di un rimpallo di responsabilità tra istituzioni o comunità. Hanno bisogno di risposte concrete, dignitose e soprattutto condivise. Se le condizioni necessarie saranno chiarite e garantite, la Caritas sarà, come sempre, pronta a fare la propria parte e a prendersi cura di questa persona, così come fa da quindici anni con chiunque bussi alla sua porta», afferma don Giuseppe Venneri, direttore della Caritas Diocesana. La vicenda non deve diventare occasione per alimentare contrapposizioni o attribuire responsabilità attraverso dichiarazioni pubbliche. Deve, piuttosto, rappresentare un’opportunità per affrontare una questione che riguarda l’intera comunità territoriale: come garantire un’accoglienza efficace, rispettosa della dignità delle persone e sostenibile per chi è chiamato a realizzarla. Al sindaco di Ruffano, che ha manifestato la disponibilità a un confronto, la Caritas risponde con altrettanta apertura. Ma il confronto non può limitarsi a una presa di posizione sull’episodio: deve tradursi in un percorso operativo, con il coinvolgimento dei Comuni, degli Ambiti territoriali, delle istituzioni competenti e delle realtà del terzo settore.Le istituzioni, in situazioni come questa, sono chiamate non soltanto a segnalare le criticità o a esprimere posizioni, ma soprattutto a essere propositive, a costruire soluzioni e a favorire il coordinamento tra i soggetti coinvolti. È questa la responsabilità che ci si attende da chi ha il compito di amministrare e governare i territori: trasformare le difficoltà in occasioni di collaborazione, anziché lasciare che diventino terreno di contrapposizione. La Caritas è pronta a sedersi intorno a un tavolo e a contribuire alla definizione di procedure condivise, affinché situazioni analoghe possano trovare risposte tempestive e appropriate. È necessario che ciascuno faccia la propria parte, senza deleghe improprie e senza scaricare su altri responsabilità che devono essere assunte insieme. Chiediamo soltanto che il racconto di un singolo episodio non cancelli quindici anni di servizio, di presenza e di accoglienza silenziosa. La solidarietà non si misura soltanto nella disponibilità ad aprire una porta, ma anche nella capacità di garantire che quell’accoglienza sia seria, sicura, dignitosa e rispettosa di tutti. È questa la strada che la Caritas intende continuare a percorrere: non quella della polemica, ma quella della responsabilità condivisa, della collaborazione istituzionale e della concreta vicinanza alle persone più fragili.

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